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A conclusione del suo percorso di studi all’Accademia Carrara di Belle Arti, Paolo Baraldi ci propone un’antologica che accompagna la sua ricerca teorica concretizzatasi in una tesi sull’estetica dell’autoproduzione.
Paolo, da sempre artista di strada, terrorista poetico in questa grigia città di provincia del nord, si è misurato negli ultimi anni anche con il contesto artistico “ufficiale”, partecipando a mostre, manifestazioni, concorsi, workshop; opportunità emerse lungo il suo percorso di studi, durante il quale Paolo ha maturato una profonda consapevolezza rispetto al proprio fare, ha sviluppato una maggiore e giustificata coscienza critica nei confronti dell’establishment artistico, e soprattutto ha forse compreso come muoversi dentro di esso senza esserne inglobato e annientato, anzi riuscendo a conservare un’orgogliosa indipendenza dal mainstream che gli ha consentito di rimanere una voce libera al di fuori e (quando necessario) all’interno di esso.
Ecco allora che ci presenta questo lavoro conclusivo, tornando inesorabilmente alle sue radici: un’antologica, appunto, dei pezzi migliori degli ultimi anni (quelli della “consapevolezza artistica”) che hanno trovato spazio in mostre e siti ufficiali. Ma la forma, qui, torna all’origine, il contesto è la strada, lo spazio espositivo è rubato alla realtà e modificato temporaneamente dall’incursione di un writer che non si limita più a tracciare la sua tag, ma che, con maestria, ci offre una rassegna di opere realizzate con tecniche diverse e basate su diversificati presupposti teorici.
“Drive in” è risultata essere, quasi inconsapevolmente, una rassegna di ritratti. I migliori lavori dell’artista degli ultimi anni rivelano un aspetto squisitamente tradizionale, hanno la forma di un genere classico della pittura come è quello del ritratto. Un esempio per ogni serie: la testa da “L’identità è nelle ossa” ci parla di un principio di uguaglianza ineluttabile, il ritratto dell’amico Cesar dalla serie “Segni”, atto di puro amore verso i paesi baschi; il ragazzo col passamontagna da “Anonimia” è un esempio-campione prelevato dalla nostra società anomica, mentre la misteriosa adolescente senza volto di “Kids” si pone come emblema dell’effimera mutevolezza tipica di questa fascia del campionario umano. Il volto rubato da un frame in “No sguardo” è una faccia qualunque che strizza gli occhi per non vedere, come ognuno di noi fa o è quasi costretto a fare nell’epoca dell’indifferenza, e si pone come contraltare al ritratto proveniente dalla recentissima “Almost rebels”, serie nata partendo dall’immaginario risorgimentale in cui si rappresenta la popolazione giovanile come soggetto di latente capacità rivoluzionaria, di una naturale attitudine al cambiamento. Infine, ritroviamo il vecchio ritaglio di giornale proveniente da “Mio padre corre”, e il viso del primogenito “Seba” riprodotto in serie, che ci lancia questo sguardo tipico della famiglia d’appartenenza come una promessa di continuità. Non è un caso che all’interno di questa antologica i ritratti del padre e del figlio dell’artista abbiano un ruolo di primo piano. L’artista di strada è prima di ogni cosa autentico, sincero, vero; la famiglia (ovviamente non intesa nel senso tradizionale cattolico popolare), il dna, l’origine, la crew, sono tutti concetti chiave per un writer, come l’atto di segnare il territorio si potrebbe definire una pratica animale, antica, ancestrale.
In conclusione si potrebbe affermare che Paolo, in questa sua antologica parziale, riesca con efficacia ad unire due aspetti quasi opposti del suo fare artistico: la sua irrinunciabile attività di artista clandestino, la sua innata necessità di dire, comunicare con i suoi simili attraverso canali liberi appropriandosi di spazi abbandonati, dimenticati, inesistenti si coniugano qui con la consapevolezza e la maturità proprie di un artista professionista cosciente del ruolo che gioca all’interno del tessuto sociale, che ha ben chiaro i presupposti teorici della propria pratica artistica, divenuta strumento per una profonda rivoluzione culturale, obiettivo ora auspicato, ma originato dal primario concetto di ribellione, matura o giovanile che sia.
Francesca Martinoli
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